La parola che svela l’inganno: l’azzardo nel saggio di Stefano Vaccari

Esistono libri che non nascono per intrattenere, ma per assolvere a quel compito primario della scrittura: mettere ordine nel caos della realtà e restituire dignità alla verità dietro l’ipnosi dei numeri. Giovedì 23 luglio, alle ore 18:00, nella suggestiva cornice del Salone della Chiesa di San Giorgio Maggiore a Napoli, verrà presentato un saggio che è, prima di tutto, un atto di coscienza civile: “Non è un gioco, è azzardo“, scritto da Stefano Vaccari.

L’opera, che si avvale della prestigiosa prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi, si pone come una disamina rigorosa di una delle derive più silenziose e profonde del nostro tempo. Vaccari, con la precisione del cronista e la profondità del sociologo, scardina la semantica rassicurante del “gioco” per rivelarne la natura predatoria. I dati che emergono dalle pagine, relativi proprio alla realtà di Napoli, sono lo specchio di un’inquietudine collettiva: nel 2025 il volume complessivo del giocato ha sfiorato la cifra vertiginosa di 3,6 miliardi di euro. È un calcolo amaro quello che ci consegna l’autore: una media di oltre 4.000 euro per ogni cittadino, neonati compresi, a fronte di un reddito medio che ne dichiara poco più di 22.000. Non sono solo numeri; sono i frammenti di un tessuto sociale che si sfilaccia sotto la pressione di una “fortuna” che, nella realtà, è un’architettura di perdita.

Il volume, curato da Marco Ciarafoni, analizza con lucidità il passaggio dal “gioco fisico” a quello online, ormai quota prevalente di un mercato che incide sulla salute mentale, sull’economia domestica e apre varchi pericolosi all’usura e alla criminalità.

Insieme all’autore, ne discuteranno figure di alto profilo come la giornalista Rosaria Capacchione, il Presidente del Consiglio regionale della Campania Massimiliano Manfredi e il parroco della Chiesa di San Giorgio Maggiore Padre Carmelo Raco, coordinati dall’avvocato Vincenzo Esposito.

In un’epoca di distrazioni perenni, l’invito di Vaccari è quello di fermarsi a riflettere. Perché la lettura, quando è autentica, serve a questo: a ricordarci che una comunità si protegge non con la sorte, ma con la consapevolezza e la prevenzione.