Agosto: si ferma l’Italia ma non il gioco da tavolo. Giochi Uniti: «Ora si faccia sistema»

Dal 7 al 10 la diciottesima edizione di giocAosta, dal 28 al 30 la prima DDCON a Lucca. Due appuntamenti nazionali nel mese più fermo dell’anno. Stefano De Carolis, direttore operativo della casa editrice napoletana: «Numeri di partecipazione da industria culturale, riconoscimento da passatempo. Servono opportunità e battaglie comuni».

NAPOLI – Agosto, il mese in cui il Belpaese abbassa storicamente le serrande, è anche quello in cui il settore ludico italiano ne apre due, di sipari, a tre settimane di distanza l’uno dall’altro. Entrambi di rilievo nazionale, entrambi costruiti quasi interamente da volontari e community.

Il primo è giocAosta, che dal 7 al 10 agosto arriva alla diciottesima edizione trasformando il centro storico del capoluogo valdostano in una ludoteca a cielo aperto. Il tema di quest’anno è dedicato all’immaginario cinematografico, con il claim “Ciak, si gioca!”. I numeri raccontano meglio di qualunque aggettivo: l’edizione 2026 conta oltre 6.000 pre-iscrizioni agli eventi, 5.000 delle quali arrivate nei primi quarantacinque minuti, più di 400 volontari da tutta Italia, 380 appuntamenti in programma e oltre 3.000 scatole nella ludoteca di piazza Chanoux. L’edizione precedente aveva registrato oltre 40.000 presenze attive in quattro giorni e più di 10.000 prestiti in ludoteca. Il tutto gratuito. Il secondo è la DDCON, in programma a Lucca dal 28 al 30 agosto: la prima edizione dell’evento nato per i quindici anni di DungeonDice, realtà fondata nel 2010 da Mario Cortese, concepito non come fiera commerciale tradizionale ma come spazio dedicato alla community, con accesso limitato a duecento partecipanti al giorno, cinquanta tavoli sempre attivi e quattordici ore di gioco quotidiane. Due formule opposte che dicono la stessa cosa: c’è una domanda di gioco condiviso che non va in ferie e che non aspetta il Natale.

«Il fermento c’è, ed è il dato più incoraggiante degli ultimi dieci anni. Il problema è che il fermento resta sempre a un passo dal tradursi in crescita strutturale del mercato». Lo afferma Stefano De Carolis, direttore operativo di Giochi Uniti. «Il rapporto annuale Circana ci dice che nel 2025 il mercato italiano del giocattolo è cresciuto del 6% a valore e dell’8% in unità, con l’Italia sopra la media europea, e i giochi da tavolo sono stabilmente al centro delle serate degli italiani. Sono numeri buoni. Ma sono numeri che non corrispondono a quarantamila persone che passano quattro giorni a giocare in una città di trentacinquemila abitanti. Da qualche parte, tra l’entusiasmo di piazza Chanoux e lo scaffale del negozio, si perde qualcosa. E quel qualcosa non lo recupera il singolo editore: lo recupera un settore che decide di fare sistema».

Il punto, per l’esperto direttore della casa editrice partenopea tra le realtà più note in Italia nel settore, è che il gioco da tavolo ha ormai smesso di dover dimostrare la propria utilità. Il Gioco dell’Anno, il principale premio italiano di settore, nasce esplicitamente per valorizzare il gioco come strumento culturale e sociale. La ricerca accademica va nella stessa direzione: lo studio dell’Università di Plymouth pubblicato lo scorso giugno sul Journal of Autism and Developmental Disorders — cinque studi su oltre 1.600 giocatori — ha documentato il ruolo del gioco da tavolo nei percorsi di inclusione delle persone autistiche. E le esperienze italiane non mancano, dai progetti di reinserimento sociale negli istituti di pena ai casi di studio universitari.

«Non stiamo chiedendo – prosegue De Carolis – che il gioco da tavolo venga sovvenzionato come la musica da camera. Ma qualcosa che ci somigli, sì. Il gioco è un dispositivo culturale a tutti gli effetti: produce socialità, contrasta la solitudine, funziona nelle scuole, nelle carceri, nelle case di riposo, nei percorsi di inclusione. Lo dicono gli studi, non i comunicati degli editori. Eppure, continuiamo a essere trattati come un comparto merceologico qualunque e a presentarci alle istituzioni ognuno per conto proprio, con la propria fiera, il proprio premio, la propria battaglia. Servono opportunità comuni e soprattutto battaglie comuni: la formazione degli insegnanti, il gioco nei presìdi sociosanitari, il sostegno agli autori italiani, una rappresentanza che sappia parlare con la politica. Editori, distributori, negozianti, associazioni, festival: siamo pochi e non siamo uniti. Possiamo permetterci solo la prima delle due cose».

Un appello che Giochi Uniti ripete da tempo, dai palchi delle fiere internazionali fino alle aule universitarie. «Ad agosto ci sono due eventi nazionali costruiti quasi interamente da volontari e da community. È una notizia bellissima e insieme un campanello d’allarme: significa che il settore cresce grazie alla passione di chi lo abita, non grazie a un’infrastruttura che lo sostiene. La passione, prima o poi, chiede il conto. Costruiamo l’infrastruttura insieme finché siamo ancora in tempo», conclude De Carolis.