In questo periodo particolarmente delicato, nel quale episodi di violenza che coinvolgono minori e adolescenti suscitano crescente allarme nell’opinione pubblica, non possiamo limitarci a osservare ciò che accade attraverso le immagini della cronaca. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ciò che accade prima della cronaca. È da questa necessità che nasce la riflessione di Antonella Cortese, psicologa, criminologa e scrittrice, che introduce una chiave di lettura: “l’età della rabbia invisibile”. “Non voglio parlare dei ragazzi soltanto quando commettono un reato. Voglio parlare di ciò che può accadere molto prima, quando la rabbia non è ancora diventata violenza, quando il bisogno di appartenenza non è ancora diventato dipendenza dal gruppo, quando la ricerca di riconoscimento non si è ancora trasformata nella necessità di imporsi sugli altri”. La criminalità minorile non nasce nel momento in cui un adolescente compie un gesto violento. Prima esiste un percorso. Esistono segnali che possono essere ignorati, relazioni che si interrompono, conflitti che non vengono ascoltati, solitudini che rimangono invisibili e una ricerca di identità che, in alcuni casi, può trovare nel gruppo la propria risposta. Il gruppo può diventare un luogo nel quale sentirsi finalmente qualcuno. E quando il riconoscimento arriva attraverso la forza, la paura o la trasgressione, il rischio è che la violenza smetta di essere soltanto un comportamento e diventi un linguaggio attraverso il quale il ragazzo comunica chi vuole essere. “Questo non significa giustificare chi commette un reato”, sottolinea Cortese. “Significa distinguere tra comprensione e giustificazione. Un comportamento criminale deve avere una responsabilità, ma la psicologia deve cercare di comprendere cosa lo ha preceduto. Perché se ci occupiamo del ragazzo soltanto dopo il reato, abbiamo già perso una parte fondamentale della possibilità di prevenire”. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune espressioni come “baby gang” e “maranza”, ma dietro queste definizioni esistono adolescenti diversi tra loro, con storie, famiglie, fragilità e percorsi differenti. “Un’etichetta può descrivere un fenomeno, ma non può spiegare una persona”, afferma la psicologa. Il rischio è quello di costruire una distanza sempre più grande tra “noi” e “loro”, dimenticando che stiamo parlando di adolescenti che stanno ancora costruendo la propria identità. Questo non significa negare la gravità dei comportamenti violenti, significa evitare che la paura ci impedisca di comprendere. Forse la domanda non dovrebbe essere soltanto “Come fermiamo questi ragazzi?”, ma anche “Come possiamo arrivare a loro prima che abbiano bisogno della violenza per sentirsi qualcuno?”. La prevenzione deve partire molto prima dell’intervento repressivo. Famiglia, scuola, educatori, istituzioni, forze dell’ordine e comunità devono essere in grado di riconoscere quei cambiamenti che spesso vengono minimizzati fino a quando non diventano impossibili da ignorare. “Non possiamo pretendere che un ragazzo sappia costruire da solo la propria identità. L’adolescenza è una fase nella quale il bisogno di appartenenza e riconoscimento è particolarmente forte. Se non offriamo luoghi nei quali un giovane possa sentirsi competente, importante e ascoltato, qualcun altro potrebbe offrirgli un’identità fondata sulla forza, sulla paura o sulla trasgressione”. La vera sfida è spostare l’attenzione dal momento dell’esplosione al momento precedente: prima della rissa, prima dell’aggressione, prima del reato, prima che quel ragazzo diventi “il violento”. “Dobbiamo imparare a vedere la rabbia quando è ancora invisibile”. Perché dietro un adolescente che oggi fa paura può esserci una storia che nessuno ha saputo leggere in tempo. E questo non cancella la responsabilità, ma ci ricorda che prevenire significa arrivare prima. “Se vogliamo davvero parlare di sicurezza, dobbiamo parlare anche di prevenzione psicologica. La sicurezza dei nostri ragazzi non può essere affidata soltanto alla risposta dopo il reato. Deve cominciare dalla capacità degli adulti di esserci prima”. La criminalità minorile è un problema che non può essere affrontato attraverso una sola prospettiva. Servono responsabilità, regole, interventi educativi, attenzione psicologica e una comunità adulta capace di non voltarsi dall’altra parte. Perché il vero fallimento non è soltanto accorgerci che un ragazzo ha sbagliato. È accorgerci di lui soltanto dopo che ha sbagliato.
ANTONELLA CORTESE, PSICOLOGA E CRIMINOLOGA, LANCIA L’ALLARME: “L’ETÀ DELLA RABBIA INVISIBILE”
