Sono profondamente sconvolta da quanto è accaduto. Ma ancora di più dopo aver letto i messaggi e i contenuti pubblicati sui social dai due fratelli. In quelle parole non emerge odio, né una relazione basata sul conflitto. Emerge, invece, un bisogno profondo di famiglia, di stabilità, di genitori presenti. Emerge un dolore che era già visibile e comunicato.
A sottolinearlo è Antonella Cortese, psicologa e criminologa, che interviene sul caso con una lettura clinica e sociale.
Questi ragazzi sono cresciuti in una condizione di grave fragilità affettiva, segnata da assenze prolungate, instabilità emotiva e responsabilità precoci. In contesti simili, i fratelli spesso diventano l’unico punto di riferimento reciproco. Si sostengono, si proteggono, si amano, ma finiscono anche per caricarsi addosso un peso emotivo eccessivo, senza avere strumenti adeguati per gestirlo .Quando le emozioni non vengono riconosciute ed elaborate, non scompaiono: si accumulano. Il sistema emotivo resta in uno stato di tensione continua. All’esterno la persona può apparire funzionale e normale, ma internamente vive una stanchezza profonda, un logoramento psicologico, una progressiva perdita di risorse.
Secondo Cortese, anche la lite legata alla musica va letta in un quadro più ampio:
Non può essere interpretata come un motivo banale. È stata il punto di rottura di un equilibrio già compromesso. Una mente già stremata non è riuscita a reggere ulteriormente. In quel momento si è verificato un collasso della capacità di pensare, di riflettere e di contenere il dolore emotivo.
In casi come questo prosegue si parla di saturazione affettiva: una condizione in cui una persona, fin dall’infanzia, è esposta a un carico emotivo eccessivo senza un adeguato supporto affettivo, educativo e psicologico. È una fragilità silenziosa, spesso invisibile, che rappresenta un importante fattore di rischio.
Un ruolo centrale, secondo la psicologa e criminologa, lo hanno avuto anche i segnali emersi online:
I contenuti pubblicati sui social parlavano in modo chiaro. Raccontavano mancanza, solitudine, bisogno di radici, ricerca di stabilità. Erano segnali di disagio emotivo che non sono stati intercettati né trasformati in una richiesta di aiuto strutturata.
Questa tragedia non nasce all’improvviso. Nasce in una storia familiare già ferita, in un contesto di assenze, di fragilità, di ruoli emotivi troppo grandi per l’età e per le risorse disponibili, conclude Cortese.
Se si vuole realmente prevenire, è necessario imparare a riconoscere il dolore prima che diventi distruttivo. Occorre investire nell’ascolto, nella prevenzione e nel supporto precoce, soprattutto nei contesti familiari più vulnerabili. La sofferenza emotiva non va ignorata, minimizzata o romanticizzata. Va riconosciuta, accompagnata e curata, prima che si trasformi in tragedia.
Il caso Musella, Antonella Cortese: “Deprivazione affettiva e collasso emotivo”
