Chiude il Museo Madre: opere ritirate, licenziati 30 dipendenti

Il Museo d’Arte Contemporanea di Napoli “MADRE” chiude i battenti. E come lo sfortunato protagonista d’una dura maledizione sembra davvero non trovare pace. Negli ultimi anni, infatti, i dipendenti avevano piu’ volte denunciato le condizioni di difficoltà economica e forte disagio sociale nelle quali erano costretti a lavorare fino all’inevitabile chiusura a tempo indeterminato per sciopero Pierreci-Codess, socia dello Scabec, ente che ha in gestione tutti i servizi del museo.

La Pierreci-Codess, dopo aver annunciato il 20 settembre scorso le procedure di licenziamento collettivo per mancanza di novità sulla programmazione delle attività all’interno del museo,  i dipendenti riunitesi in assemblea hanno proclamato lo sciopero ad oltranza denunciando l’intollerabile situazione di incertezza per il loro futuro.

Grazie all’appoggio da parte del direttore del museo, Eduardo Cicelyn,  la protesta dei lavoratori è andata avanti fino alla chiusura del MADRE. Questa conclusione, secondo il direttore,  è solo l’ultimo atto d’ una vicenda paradossale che mescola lotte politiche a mancanza di fondi. Dopo la polemica senza esclusione di colpi d’un anno fa, infatti,  tra l’assessore regionale all’Istruzione e alla Promozione culturale, Caterina Miraglia e il direttore del Madre sulle spese sostenute dalla struttura, la situazione è peggiorata ulteriormente per i dipendenti fino all’attuale chiusura.

In attesa del varo del nuovo consiglio di amministrazione, la fondazione che gestisce la struttura dovrà affrontare con coraggio sia la chiusura a tempo indeterminato che le numerose proteste da parte dei dipendenti. E’ giusto evitare gli sprechi, ma la cultura dovrebbe essere garantita e difesa  ad ogni “costo” da istituzioni divenute oggi troppo cieche dinnanzi alla grande sete di cultura d’una società profondamente disumanizzante.

About Dario Aloja

Nato a Napoli, nel 1982, nel quartiere "Arenella", a metà strada tra il centro storico e la moderna zona collinare, Dario Aloja vive, da subito, le forti contraddizioni di una città divisa tra le nostalgie di un passato di capitale europea e un presente di metropoli labirintica, che ingoia sogni e speranze delle nuove generazioni. Come tanti giovani del terzo millennio, Dario avverte l'abisso che divide l'odierno modello capitalistico, che mondializza i totem tecnologici di una società alienante e disumanizzante, e le ragioni del cuore, il bisogno di gridare al mondo le esperienze del proprio vissuto, le emozioni dell'incontro con "l'altra metà del cielo". E questo magma incandescente di pulsioni, stati d'animo, sentimenti, affiora in superficie, diventa sfogo lirico, si fa "Pelle Libera".

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