Alessandro Gassmann e Maurizio de Giovanni conquistano ancora il pubblico del Bellini con il romanzo di Kesey

di Emilia Ferrara

Napoli, ieri giovedì 22 marzo presso il teatro Bellini il sipario si è aperto alle 21, con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

Una prima alla grande. Teatro pienissimo. Spettacolo meraviglioso, gli attori in scena ancora più coesi, dinamiche impeccabili, meccanismo perfetto, qualità attoriale alta, regia curatissima, testo fantastico. Lo spettacolo è diverso. Migliorato. Più rodato. Il pubblico entusiasta, commosso e anche divertito in alcuni momenti.

 

«Gassmann indaga la follia e dal cuculo si alza un grido di libertà» questo il titolo della bella recensione che Rodolfo Di Giammarco scrisse per La Repubblica dopo il debutto, nel 2015, di Qualcuno volò sul nido del cuculo. E oggi “il cuculo” (che fa, per l’appunto, parte della Trilogia che la Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini ha dedicato al concetto di libertà) dopo quattro anni di tournèe che hanno fatto il tutto esaurito nei più prestigiosi teatri italiani, torna al Teatro Bellini con la stessa forza e la stessa capacità di commuovere, indignare ed emozionare. La storia è quella che racconta Ken Kesey nell’omonimo romanzo che pubblicò nel 1962 dopo aver lavorato come volontario in un ospedale psichiatrico californiano. Il libro, attraverso gli occhi di Randle McMurphy – uno sfacciato delinquente che si finge matto per sfuggire alla galera – denuncia le condizioni di vita dei pazienti di manicomio statunitense e il trattamento coercitivo che viene loro riservato. Nel 1971 Dale Wasserman realizzò, per Broadway, un adattamento scenico del libro, che costituì la base della sceneggiatura dell’omonimo film di Miloš Forman, interpretato da Jack Nicholson e entrato di diritto nella storia del cinema. Oggi, la drammaturgia di Wasserman torna in scena, rielaborata dallo scrittore Maurizio de Giovanni, che, senza tradirne la forza e la sostanza visionaria, l’ha avvicinata a noi, cronologicamente e geograficamente. Randle McMurphy diventa Dario Danise e la sua storia e quella dei suoi compagni si trasferiscono nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico di Aversa. Alessandro Gassmann ha ideato un allestimento personalissimo, elegante e contemporaneo, e diretto un cast eccezionale. Il risultato è uno spettacolo appassionato, commovente e divertente, imperdibile, per la sua estetica dirompente e per la sua forte carica emotiva e sociale”.

 

Il cast è composto da: Daniele Russo, Elisabetta Valgoi e con Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso, Alfredo Angelici, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Gaia Benassi, Davide Dolores, Antimo Casertano, Gabriele Granito.

Ho avuto la possibilità di intervistare lo scrittore Maurizio de Giovanni, curatore dell’adattamento.

 

Tutte le sfumature dell’umanità, con tutte le sue debolezze le sue fragilità, la sua violenza tutti i colori delle possibilità umane siano presenti in questo testo, montagne russe che ogni spettatore prova nel vedere in teatro, tra divertimento e momenti di terrore. Quanto si è divertito nell’adattamento?

Credo di non essermi mai divertito tanto. Le storie vere, quelle belle, non hanno limiti e possono essere ambientate dovunque e con identico mood. Sono felice di essere stato coinvolto in un progetto davvero stimolante.

 

A suo parere qualcuno volò sul nido del cuculo è uno spettacolo più adatto e che può attirare un variegato e folto più teatro o al cinema?”

 

Credo che in entrambi i casi abbia la sua straordinaria bellezza. Certo, servono attori fantastici: li ha avuto il meraviglioso film di Forman, li ha avuti questo spettacolo messo in scena dal Bellini.

 

Qual è il personaggio una volta in scena l’ha colpito di più e perché?

 

Facile rispondere che tutti sono stati bravissimi e convincenti, come gli spettatori hanno visto e vedranno. Io sono rimasto affascinato da Daniele Russo, protagonista in possesso di variegati registri, e da Elisabetta Valgoi, una suor Lucia assolutamente perfetta.

 

Note di Maurizio de Giovanni.

 

“Le Grandi Storie si riconoscono subito. Si possono leggere nei libri o vedere al cinema; si possono incontrare per caso, nelle parole di un anziano, o ascoltare alla radio; ci si può imbattere in una di esse in televisione, o intuirne qualcuna da una notizia su un giornale o sul web. Le Grandi Storie non necessitano di una forma precisa, perché vanno direttamente a ferire la superficie dell’anima e lasciano un’indimenticabile, meravigliosa cicatrice.

 

Questo accade perché le Grandi Storie raccontano, in maniera semplice e comprensibile, quello che tutti abbiamo in comune: sentimenti, passioni. Amicizia, amore, disperazione. Nessuno può fingere di non sentire quello che le Grandi Storie riescono a comunicare.

 

Tuttavia, anche le Grandi Storie oltre agli elementi universali hanno bisogno di un tempo e di uno spazio. Devono essere vestite di quotidianità e di musica, di abiti e dialetto, di cibo e di mobili. Un tempo e uno spazio immediato e concreto, che se ascoltati a troppa distanza possono appannare gli elementi vitali e universali che ne costituiscono l’essenza. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una storia fatta, nella sua originaria meravigliosa fattura, di country e baseball, di slang e memorie degli anni Cinquanta, di veterani e polverose province americane. Un vestito esotico e profumato, che tuttavia non è il nostro. Io ho provato a trasportarne gli elementi primari in un tempo e in uno spazio più vicini, per vedere se anche in un luogo disperato e terribile come un ospedale psichiatrico della nostra tormentata Campania e in un tempo di urla e silenzi come i primi anni Ottanta potevano sopravvivere le amicizie, i rancori e le tenerezze di questa meravigliosa e delicatissima Storia.

 

Sotto le mie dita e per mio tramite i personaggi hanno, spero, trovato una perfetta collocazione sopravvivendo nei sentimenti e nelle passioni senza alcuno sforzo. Mi sono divertito da morire incontrandone intatte nuove follie, strane fobie e dolci timori. Ne ho visto nascere le relazioni, ho visto sorgere rapporti. Ho assistito a grandi sconfitte e a piccole, meravigliose vittorie. Ho sentito fluire la vita, come se la Grande Storia fosse stata pensata e voluta proprio là e allora, con spontanea emozione.

Quando, sorridendo, ho calato il mio virtuale sipario ho provato una immediata nostalgia dei personaggi; perché, come sempre accade in questi casi, erano diventati veri, di carne e di sangue e di passioni e di dolori e gioie, e mi mancano e mi mancheranno.

Perché questa, sapete, è la forza delle Grandi Storie”.

 

Per chi ha la possibilità, non si lasci scappare questo spettacolo che replicherà; venerdì 23 e sabato 24 marzo alle Ore: 21:00, e domenica 25 marzo alle ore 18:00.